Tra lampadine e Moka: l’obsolescenza programmata

di | Ottobre 7, 2024

Da qualche anno l’obsolescenza programmata viene sbandierata a gran voce ogni volta che un apparecchio smette di funzionare. Che sia una lavatrice, uno smartphone o una lampadina poco importa: nella nostra testa è colpa del produttore che ha deciso la data di scadenza del prodotto per obbligarci a comprarne uno nuovo.

Sono sicuro che anche tu l’hai pensato quella volta che hai dovuto buttare via il computer portatile che avevi da soli 10 anni.

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Ironia a parte l’obsolescenza programmata esiste e ha radici ben più remote di quanto pensiamo. Ti chiedo però di fare attenzione: non confonderla con quelle che brutalmente chiamiamo “cinesate”. Un esempio chiarificatore con cifre a caso: se un set di chiavi inglesi su AliExpress costa 5€ e dal ferramenta ne compri una sola a quel prezzo vien da sè che molto probabilmente quelle cinesi sono chiavi “Usa e getta”. Le usi per un singolo lavoro e poi te le ritrovi tutte smussate e inutilizzabili. Quella del ferramenta avrà sicuramente una vita media più lunga. Quanto e come la userai faranno sicuramente la differenza, ma ci metto le mani sul fuoco che con un corretto utilizzo la potrai lasciare in eredità a tuo nipote. Da questo pensiero ne segue un altro a ruota: gli oggetti di oggi non sono più fatti bene come quelli di una volta. E questo penso che sia vero: con un esempio banale posso pensare a quante viti mettevano una volta in qualsiasi cosa e quanto oggi invece sia tutto fatto a incastri di plasticaccia. È una cosa che ho notato guardando i video “Survival Hacking Inside” di Davide Gatti: te li consiglio perchè sono un viaggio all’interno della tecnologia che usiamo tutti i giorni. Dai più recenti ai più vecchi. E con “interno” intendo proprio dire fisicamente all’interno dei prodotti: Davide li smembra incastro per incastro spiegandone praticamente tutta la componentistica. Ti troverai anche tu a pensare “ma chissà quanto avranno risparmiato mettendo un incastro al posto di una vite su milioni di esemplari prodotti”.

Ma torniamo alla nostra obsolescenza programmata: negli ultimi anni se ne parla moltissimo soprattutto dopo lo scandalo Apple. Nei suoi dispositivi più vecchi alcuni aggiornamenti rendevano il telefono meno performante. Apple, beccata con le mani nella marmellata, provò a difendersi dicendo che era per salvaguardare la batteria ormai logora del vecchio dispositivo. Peccato che nei major update già discriminasse le nuove funzionalità per non rallentare e compromettere l’esperienza d’uso. Piccola parentesi: un major update è un aggiornamento importante. Solitamente aggiunge nuove funzioni o cambia radicalmente alcune parti del sistema operativo. Volgarmente parlando: numericamente aumenta il numero a sinistra della virgola ed è abbastanza pesante da scaricare.

Nel mondo Android la situazione non cambia: la capacità della batteria è scritta in un file di testo che qualche produttore modificava abbassando il valore ad ogni aggiornamento. In questo modo il sistema Android interrompeva la ricarica una volta raggiunto quel valore che diminuiva di aggiornamento in aggiornamento.
Questo per sottolineare quanto pratica sia diffusa, avvallata e condivisa dai produttori in ogni parte del globo.

Ma ti ho detto che questa pratica ha origini più antiche: risale infatti al 1924. Mentre dividevamo Fiume con la Jugoslavia e il Partito Nazionale Fascista faceva incetta di voti, il Cartello Phoebus decideva che 1000 ore di attività per una lampadina fossero un tempo più che ragionevole. Ovviamente parliamo delle vecchie lampadine a filamento oggi sostituite con le più performanti lampade a led. Questo cartello era formato da 5 aziende che detenevano le maggiori fette di mercato. Parliamo infatti di: 

Inutile dire che tutti i produttori più piccoli si adattarono a questo valore per garantirsi vendite più frequenti. Ma già all’epoca la cosa fu poco digerita e infatti negli Stati Uniti la General Electric Company andò a processo per violazione dell’antitrust: per l’accusa tutto questo serviva a mantenere una posizione dominante.
La cosa ironica di tutto questo è che la stessa General Company cercò di fregare gli altri soci del cartello producendo lampadine di maggior durata per mostrarsi sul mercato come un produttore più affidabile. 

All’epoca probabilmente non si chiamava obsolescenza programmata ma è molto probabile che il cartello abbia messo le basi della produzione moderna: la longevità di un prodotto non è più un obiettivo da inseguire ad ogni costo. Anzi: dal punto di vista del produttore diventa un difetto da scongiurare.
Certamente parlando di tecnologia è tutto più semplice: una piccola modifica nel codice, magari inviato con un aggiornamento silenzioso, e il gioco è fatto. Non si tratta di obsolescenza programmata ma il Diesel Gate che ha coinvolto Volkswagen dieci anni fa può dare la misura di come i software possano essere usati per fare un po’ quel che si vuole a discapito di leggi e clienti. 

Un esempio di longevità è invece l’italianissima Moka Bialetti: progettata nel 1933, rivista nel 1950 e leggermente modificata nel corso degli anni per assecondare i consumatori. Ma una Moka è praticamente eterna e difficilmente la dovrai sostituire per un guasto. E se dovessero rompersi imbuto, manico o filtro avrai la certezza di trovare il ricambio che ti serve senza esser costretto a comprare una Moka nuova.

Il brevetto della MOKA Bialetti

Sicuramente un dispositivo elettronico non è paragonabile ad una Moka o ad una lampadina però mi piaceva l’idea della differenza abissale di longevità tra questi oggetti. E qui mi ricollego alla clip iniziale di Terminator Genisys: vecchio non significa sempre e comunque obsoleto.

E anche questa puntata è giunta al termine. Come sempre ti ricordo di visitare TecnoRiflessioni.com per i link di approfondimento. Se hai domande, dubbi o precisazioni scrivimi su Telegram o mandami una email attraverso la sezione contatti. Ma non prima di aver ascoltato la citazione del giorno!

 

Una volta nella vita vorrei possedere qualcosa sul serio, prima che si rompa! Sono sempre in gara con la discarica.
(Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore)

 

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